Oggi vogliamo raccontarvi di un viaggio che abbiamo fatto a piedi nella nostra città. Un viaggio brevissimo, appena un chilometro e ottocento metri, che però per qualcuno somiglia a un’odissea. La protagonista di questa storia si chiama Marinella.

Marinella è una madre, è una cittadina, ed è una donna che vive la sua quotidianità su una carrozzina elettrica.

Marinella ha deciso di mostrarci la normalità di un suo inizio di giornata. Il punto di partenza è via Torino, la destinazione l’istituto Livatino: il classico tragitto di una mamma che accompagna i figli a scuola. Marinella è riuscita a stare sul marciapiede per meno di duecento metri. Tutto il resto è stato una sfida lanciata nel mezzo della carreggiata, tra le auto che sfrecciano accanto, semplicemente perché impossibilitata ad utilizzare i marciapiedi.

Marinella ci mostra rampe che sembrano trampolini, pendenze inclinate, cambi di direzione e inversioni di marcia, numerose inversioni. Ci mostra e parla di buche, dossi, asfalto gonfiato e di strisce pedonali che ti portano verso il nulla. Ci racconta di come una barriera architettonica corra sempre di pari passo con una barriera mentale. È l’auto sulla rampa, è l’indifferenza di chi pensa solo a se stesso.

In questo viaggio abbiamo visto con i nostri occhi e testato con i nostri piedi che esiste una Ladispoli diversa. Se il Viale Italia e il lungomare godono di attenzioni, restyling e manutenzioni che ne fanno la “vetrina” per i turisti, basta svoltare l’angolo per scoprire una città abbandonata al proprio destino. Fuori dalle zone del passeggio, le strade sembrano dimenticate da ogni piano di cura urbana.

Qui, l’asfalto si arrende orami alle radici e alla vegetazione, le buche diventano crateri e i marciapiedi si trasformano in percorsi ad ostacoli, mobili e fissi, con interruzioni improvvise. Non è solo incuria; è una scelta politica implicita che decide quali aree meritano decoro e quali devono invece rassegnarsi a un quotidiano fatto di inciampi.

La politica vede bene le grandi opere, ma diventa incapace di mettere a fuoco quello che ha sotto il naso: uno scalino di dieci centimetri alla fine di una striscia pedonale, una rampa con una pendenza da brivido, un palo della luce piantato proprio nel mezzo del marciapiede che lo rende impercorribile.

Quello che emerge da questo nostro viaggio ha tutta l’aria di un paradosso urbanistico che privilegia il flusso e la sosta delle automobili rispetto alla mobilità umana. Una pianificazione che per decenni ha guardato il mondo solo dal parabrezza confinando lo spazio vitale di chi si muove a piedi o in carrozzina ad un margine incerto, stretto d’assedio delle auto e il degrado.

La risposta a questa miopia urbanistica, prima che politica, deve essere di comunità, perché la responsabilità è di ognuno di noi, in ogni parcheggio, in ogni nostra scelta.

Perché se la città è invivibile per Marinella, lo è per l’anziano, per  il genitore che spinge un passeggino, lo è per tutti noi che viviamo nella stessa città.